Era un pomeriggio d'inverno, grigissimo e di quelli che smorzerebbero ogni entusiasmo...devo andare a lezione (a Rovigo) oggi il prof. di Sociologia generale terrà l'ultima lezione: che faccio?? vado?non vado?Vabbè, mi faccio una violenza e vado in stazione a prendere il treno, con sentimenti di pentimento che si affacciano alla mia coscienza ogni 5 secondi, credo.
Arrivo in un'aula semi-deserta, i miei colleghi evidentemente hanno condiviso il mio scetticismo riguardo l'opportunità di uscire con questo tempo (ehehe!!), entro un pò da bulla per camuffare l'imbarazzo di essere arrivata con mezz'ora di ritardo e....mi ritrovo paracadutata in atmosfera surreal-accademica: sarà il grigio plumbeo che si affaccia alla finestra, mah, o sarà che non sembra affatto una classica lezione tenuta dall'esimio prof. di sociologia, conosciuto oltreoceano per essere posseduto da uno svizzero nazista...
Il prof. non è solo, con lui a tener lezione c'è una ragazza vivace e dalla chioma impaziente...è figlia di genitori sordi dice, racconta cosa vuol dire vivere nel silenzio circondati da persone dominate dal blablabla.
Sia chiaro, il problema non è nè il silenzio nè il blablabla di cui anche io sono fervida seguace.
Racconta di quelle difficoltà che le persone sorde affrontano non a causa del loro essere sordi, ma perchè i loro vicini di casa, gli insegnanti dei loro figli, il medico del pronto soccorso, non sono preparati a confrontarsi a conoscere, a relazionarsi con persone sorde.
Racconta della ricchezza propria dell'essere sordi, della Lis, della bellezza e ricchezza che c'è nel doversi guardare negli occhi fino all'ultima "sillaba", del guardarsi, di impiegare tutto se stessi per comunicare, del rispetto dei tempi, delle distanze..
A lezione finita, ho fatto fatica ad alzarmi da quella sedia, siamo rimasti tutti incollati, affascinati. nessuno aveva più fretta di correre a prendere il primo treno...
Sono andata via con una specie di sorriso stampato sulla faccia, come dicevo comunicare non è solo blablabla.
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